NON E' UN PAESE PER… GIOVANI
Di Giampaolo Manfrin   

 

salvadanaio-porcellinoUna vita senza futuro, senza progetti. Del resto, chi si può permettere dei progetti, quando non puoi comprare un mobile a rate o fare un mutuo per la casa? Sei appesa al nulla.

Giovanna, trentasettenne, precaria all'ufficio cassa di un ospedale abruzzese, campa da dodici anni di proroghe di tre, sei mesi del contratto: il presente le offre molto poco. Ma è molto, molto meglio del futuro, che è diventato un incubo. L'incubo della tagliola: "Il contratto scade a fine gennaio. Chi sa cosa succederà? lo ho paura".

Gianluca, 29 anni, laureato in Scienze della comunicazione, tre anni nel call center di una grande azienda, il contratto l'ha già perso. Scade a fine dicembre e sa già che non glielo rinnoveranno. "Cosa faccio? Torno dai miei. Non ne ho nessuna voglia e la sento come una sconfitta. Ma non posso stare in mezzo alla strada. E poi? Boh. Ho provato a chiedere in giro, ma i miei amici stanno come me".

Giovanna e Gianluca sono due vittime immediate della La crisi economica, la recessione. Ma questa non è una crisi come le altre che l'hanno preceduta. E' diversa, perché ha delle vittime predestinate.

 

 

Questa è una crisi diversa dalle altre perché non colpisce, come avviene di solito, alcuni settori, alcune categorie più di altre. Questa crisi colpisce una classe di età, come ai tempi del militare. E' la crisi dei "bamboccioni", per dirla con Brunetta, o meglio di quelli che, in questi anni, hanno trovato un lavoro. E' la crisi dei giovani, perché è la crisi dei precari e il precariato è l'unica forma di lavoro che i giovani hanno trovato. L'interinale tipo ha 32 anni. Uno su due ha meno di 30 anni. Se la crisi sarà dura come dicono, un'intera generazione rischia di essere ributtata indietro, espulsa dal mercato del lavoro.

I sindacati lanciano un allarme a tutto campo. La cassa integrazione è cresciuta del 25% nell'ultimo anno in Veneto. I posti a rischio, nel prossimo anno, sono 900 mila. Sono cifre enormi per un paese con 17 milioni di lavoratori dipendenti. Ma questa è la parte forte del mercato del lavoro, protetta da sussidi e garanzie che attutiscono l'impatto del taglio dei posti di lavoro.

Quello che i sindacati non dicono è che la mattanza dell'occupazione comincerà altrove, nella parte più debole ed esposta delle maestranze. Le vittime predestinate sono gli apprendisti, collaboratori, meglio noti come co.co.co, somministrati, interinali, a tempo determinato. L'esercito dei tre milioni di precari, che hanno monopolizzato il mercato del lavoro degli ultimi anni e per i quali non è necessario il licenziamento o l'anticamera della cassa integrazione: basta non rinnovare il contratto.

Perché questa e la prima crisi dell'era della flessibilità e tutto sta funzionando o come prevedono i manuali. Flessibilità significa che è più facile assumere. Il problema è che, adesso, stiamo vedendo

il rovescio della medaglia: è più facile anche licenziare. In teoria, dicono sempre i manuali, questo è un bene. Le imprese sono in grado di alleggerire rapidamente i costi, tagliando il personale. Cosi sgravate, reggono meglio la crisi e, non appena il vento dell'economia girerà, potranno riprendere più velocemente la corsa, tornando ad assumere. La teoria funziona, quando la crisi riguarda un'impresa o un gruppo di imprese. Quando è generale, l'impatto sociale è devastante, perché gente come Giovanna e Gianluca deve riuscire a galleggiare senza salvagente.

“Senza indennità, senza pressione, senza liquidazione: se non mi rinnovano il contratto, come mangio il prossimo mese?”, si domanda angosciata Giovanna.

Ed è ormai evidente che la frustrazione dei giovani sta diventando ormai sempre più angosciante.

Sbagliamo a stare in silenzio e a protestare, sbagliamo a ignorare la politica ma anche a interessarcene troppo. Ci viene detto «siete solo menefreghisti, male informati, intontiti dai programmi televisivi». Ci viene detto «non cambierà mai nulla, perché voi siete vuoti e senza ideali». Ci viene detto «svegliatevi, siete voi che dovete riprendervi il futuro».

stor_13705193_39200La verità è che noi non possiamo esprimere alcuna opinione sulle decisioni che ci riguardano: se manifestiamo il nostro dissenso, veniamo etichettati come facinorosi o come perditempo, inoltre non abbiamo nelle nostre mani strumenti per agire direttamente, per questo dobbiamo cercare un sostegno tra chi avrebbe la facoltà di aiutarci, trovando così solo sistematico disinteresse.

Non chiediamo grandi sconvolgi menti sociali, né vogliamo mettere in atto sogni troppo ambiziosi se confrontati con la realtà; chiediamo solo la possibilità di trovarci inseriti in un dialogo che non ci veda esclusivamente come spettatori, ma come partecipanti. È possibile, a 17 anni, essere rassegnati, se non del tutto, in parte? La risposta è sì, perché non abbiamo prospettive: né ce ne sono state fornite, né ci sono stati forniti i mezzi per procurarcele.

I nostri genitori appartengono alla generazione del boom economico, del Sessantotto, delle lotte per la parità dei diritti e la giustizia sociale, hanno torse dimenticato di essere stati animati dalle stesse speranze, necessità e paure per il futuro? Perché sembra che nessuno sia disposto a prendere sul serio le nostre richieste?

Noi giovani non siamo i cittadini di domani, noi siamo parte integrante dei cittadini di oggi.

Giampaolo Manfrin