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Strategia UE 2020: rimandati al 2020 gli obiettivi falliti del 2010
Di Irene Candiotto   

 

La strategia UE 2020 ha origine dal “fallimento” dell’attuale strategia di crescita di Lisbona 2000-2010. La necessità di programmare nuovi obiettivi nel decennio 2010-2020 è stata rinnovata in ordine sia alle problematiche legate alla crisi economica sia per organizzare una politica di crescita comune.

La strategia UE 2020 è un documento molto ambizioso che riprende i temi del precedente documento di Lisbona, ma ne amplia la portata e pone in maggior risalto i valori nei quali l’economia dell’Unione europea dovrebbe fondarsi. Le parole chiave del documento sono: crescita intelligente, inclusiva e sostenibile, green economy, flessicurezza e società partecipativa. Tali concetti sono degli obiettivi-parametri imprescindibili per valutare l’ incremento e la qualità della produttività.

 

L’economia come si poteva immaginare è al centro del documento data la situazione di crisi economica odierna. In linea generale i punti affrontati dal documento sono tutti interconnessi tra loro: l’economia “green”, la stabilità del lavoro e la sicurezza dell’applicazione dei diritti del lavoratore, la convergenza e la coesione territoriale, lo sviluppo dei trasporti, dell’energia, delle infrastrutture nonché della conoscenza.

Gli obiettivi da raggiungere entro il 2020 dovrebbero delineare uno spazio europeo dinamico e di crescita costante in un’Europa con un modello sociale avanzato e con una forte sensibilizzazione per le tematiche ecologiste.

Per realizzare i propositi elencati nel documento occorrerà concretizzare tutta una serie di azioni a livello nazionale, europeo e mondiale; inoltre per quanto concerne il versante dell’occupazione il piano UE 2020 richiede un coinvolgimento al massimo livello politico e la mobilitazione di tutte le parti interessate in Europa.

Europa 2020 opererà su un doppio binario: a livello dell'UE verranno affrontati i temi sopra descritti individuando priorità e obiettivi principali, e a livello dei singoli Stati Membri dovranno essere stilate dagli stessi delle relazioni che serviranno per elaborare metodi attuativi per una crescita sostenibile e per risanare le finanze pubbliche.

La Commissione dovrà prendersi carico di monitorare e valutare i progressi anche per suggerire eventualmente nuovi interventi nella direzione del conseguimento degli obiettivi. Il Consiglio europeo e il Parlamento europeo avranno un ruolo determinante: il primo si farà promotore di questa strategia e sarà fondamentale per invio di raccomandazioni agli SM, il secondo dovrà mobilitare dei cittadini e avrà la funzione di colegislatore nella formulazione delle iniziative.

Un elemento di criticità evidente è legato alle modalità pratiche di applicazione del documento Europa 2020 il quale non offre degli strumenti comuni e delle azioni vincolanti per ottenere dei risultati tangibili; inoltre insiste sul coinvolgimento meramente istituzionale tralasciando le parti sociali e la società europea. A questo proposito è doveroso sottolineare come nel documento manchi anche un riferimento al “dialogo sociale”. L’approccio che si vuole perseguire potrebbe non dare garanzie di riuscita proprio perché se la collettività non viene coinvolta durante il passaggio alla “green economy” potrebbero non essere colte delle nuove opportunità di crescita ottenendo così risultati ridotti rispetto le aspettative.

Se la Commissione avesse prodotto Europa 2020 sulla consapevolezza che il fallimento della Strategia precedente non fosse stato solo causato dalla crisi economica e finanziaria e dai profondi cambiamenti geopolitici e geoeconomici degli ultimi 10 anni allora non si sarebbe realizzato un documento intonso di intenti e di valori senza stabilire contemporaneamente delle regole vincolanti e delle sanzioni agli Stati inadempienti. In questa situazione, a nessuno Stato conviene comportarsi in modo virtuoso, ma farà comodo aspettare che siano gli altri a farlo, per usufruirne dei benefici. Se l’UE disponesse un piano economico europeo coercitivo che incrementasse la crescita economica e sociale europea avrebbe sicuramente successo e eliminerebbe una volta per tutte le residue velleità degli stati nazionali di contare ancora qualcosa nel mondo globale di oggi.

La risposta alla globalizzazione dovrà essere “Euro-local”: l’Ue deve imparare a dialogare, cooperare e confrontarsi di più con le Parti Sociali e con gli Enti locali e le Regioni. Questa crisi infatti ha posto in evidenza come le politiche di coesione e il coordinamento centro-periferia siano fondamentali visto che i governi nazionali dimostrano scarsa disponibilità ad impegnarsi in riforme strutturali che abbiano un respiro oltre le scadenze elettorali.

Per fare dell’Europa un polo di sviluppo di altissima qualità dove convergono: innovazione tecnologica, sostenibilità sociale ed ambientale e green economy non si può ripiegare su un segmento di bilancio comunitario, ma lanciare questa strategia significa avviare un piano di investimento in aggiunta alla spesa di bilancio comunitario. Questo potrebbe essere possibile con l’emissione degli euro bond per reperire i fondi necessari e finanziare le ristrutturazioni, le infrastrutture, la ricerca, la formazione e la coesione territoriale ovvero avviare la strategia 2020 e superare la crisi economica.

Pubblicato il: venerdì 24 dicembre 2010 su: Italia Oggi - pagina dell'ANCL